Ricordo di Marshall Berman – di Vittorio Giacopini per Lo Straniero

lunedì 4 Novembre, 2013

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Il faut être absolutement moderne e tutta l’opera di Marshall Berman ruota attorno al perno di questa contraddizione micidiale. L’imperativo di Rimbaud esplode in una fantasmagoria di dilemmi, paradossi, segni erranti. “Essere moderni significa sentire, a livello personale e sociale, la vita come un vortice, scoprire di essere, insieme al nostro mondo, in continuo disgregamento e rinnovamento, immersi perennemente nelle difficoltà e nell’angoscia, nell’ambiguità e nella contraddizione: essere parte di un universo in cui tutto ciò che vi era di solido si dissolve nell’aria”.
L’esperienza della modernità (un libro stupendo) è del 1982 (edizione italiana Il Mulino, ristampato di recente), e la data conta. Potevano essere anni di resa e perplessità; di diserzione. Non era un bel momento, poco ma vero. La morte del sogno dei sixties – un congedo forse rinviato troppo a lungo – la fine della stagione dei Movimenti. In Europa il dibattito culturale si perdeva nelle gore astratte dello strutturalismo, in America prevaleva – velata dal disincanto – la Reazione. Bisognava reagire, oppure piegarsi. L’altro grande libro americano di quegli anni, La cultura del narcisismo di Christopher Lasch, per dire, è una scelta di campo anti-moderna. Figlio degli anni sessanta, e marxista a modo suo, piuttosto atipico, Berman di fronte al disastro invece si azzarda a rilanciare, riapre i giochi. Il faut être absolutement moderne, costi pure quel che costa: non c’è scampo. Il suo grande saggio è un corpo a corpo – ironico, arrabbiato, innamorato – col più ampio paradosso della Storia. Ai suoi occhi il “vortice” affascinante e liberatorio della modernità, con le sue energie, pulsioni, visioni, vibrazioni, finisce per venire bloccato e sacrificato dalla logica fredda e disumana degli stessi processi della “modernizzazione”.
Il punto di partenza è l’ambiguità spettrale e imbarazzante, ricca di incognite, di un’intera “forma di vita”, dell’orizzonte. Come il Marx dei Manoscritti (e del Manifesto) Berman muove dal “lato magnifico” della modernità (e del capitalismo) per viverne l’arcano, e farlo implodere. Se la nuova sinistra si era chiusa nel sogno primitivista del Grande Rifiuto, Berman si cala invece nel maelstrom, con entusiasmo. La sua scommessa coincide con la ricerca di una nuova “cultura critica”, di un altro linguaggio. L’ultimo capitolo di Esperienza – quello sul Bronx – esplicita questo programma “in situazione”: “Per combattere efficacemente i Moloch del mondo moderno, occorrerebbe elaborare un vocabolario modernista d’opposizione”.
Un vocabolario modernista d’opposizione! Adesso che è morto, una frase come questa dà ancora i brividi. Berman riusciva a leggere attraverso le lenti di questa sua ostinata utopia personale tutto un mondo. La mistica post-moderna (così la chiamava), le idiozie della french-theory, il moralismo non gli andavano a genio e lo diceva senza peli sulla lingua, giri di frase. Se la storia è un “incubo” da cui uno cerca di destarsi, senza riuscirci, tanto vale farci i conti, prenderla a pugni. Capire la “croce nella rosa del presente”, sentirla viva: Berman usa Marx come strumento per capire il mondo e cambiarlo, e come antidoto. In Adventures in Marxism il nodo è questo: “Il capitalismo è tremendo perché promuove l’energia umana, il sentimento spontaneo, lo sviluppo dell’uomo, solo per stroncarli”. Così il “vortice”, creativo e emancipante, della modernità si richiude in una gabbia di ferro e quell’esperienza di incanto si converte in trappola, asfissiante. “Essere moderni vuol dire (anche) essere continuamente sopraffatti da immense organizzazioni burocratiche che hanno il potere di controllare e, spesso, di distruggere ambienti, valori e vite”.
Viviamo – Marshall Berman lo mostra praticamente in qualsiasi pagina che scrive – sempre “caught up in the mix”, incastrati a metà strada tra tensioni e pulsioni opposte o almeno questa è la nostra (obbligata) esperienza della modernità. A tale paradosso, opponeva un ideale concretissimo e dinamico di “umanesimo marxista” (“Credo che Marx abbia capito meglio di ogni altro come la vita moderna sia un mix”). Più che denunciare, esecrare, lamentare, il suo obiettivo era abbozzare una teoria capace di “aiutare la gente a sentirsi a casa dentro la storia, anche dentro una storia che fa male”.
Ma la storia fa male, c’è poco da fare, e nei suoi saggi Berman evoca anche una “politica dell’autenticità” per darle un altro indirizzo, o sabotarla. I suoi primi lavori ruotano attorno a questo tema chiave della Nuova Sinistra degli anni sessanta e in un passo fulminante e preciso, sorprendente, Berman coglie forse il lascito più rilevante di quella stagione: “L’eredità più significativa dei Sixties potrebbe rivelarsi la creazione di un più ricco vocabolario per chiedere perché, dire perché”.
Lettore attento e appassionato di Kierkegaard e Baudelaire, Goethe e Benjamin, Berman non ha mai fatto comunque accademia, teoria pura. Animale cittadino e newyorkese dalla testa ai piedi, era convinto che la “scena primaria” della modernità si giocasse interamente dentro la “scena urbana” e il suo ultimo libro On the Town ricostruisce “cento anni di società dello spettacolo” senza mai irrigidirsi in schemi sentenziosi à la Debord. L’evoluzione negli anni e nei giorni di Times Square diventa per lui il solo modo (storico, antropologico, sperimentale) per mettere alla prova quell’intreccio profondamente moderno – e tutto americano – tra “intrattenimento e identità”. Impermeabile a ogni lacrimosa forma di nostalgia, Berman intuisce un passaggio epocale dentro il moderno: l’aura che il XIX secolo aveva dichiarato scaduta e tramontata torna a affollare la cornice di sogno del presente. Questa ritrovata persistenza dell’aura, tra luci e ombre, è la grana stessa di un tempo che continua a cambiare e ci affascina e confonde, ci emoziona.
Come molti scrittori di genio, l’hanno inchiodato spesso a una formula magica, per non leggerlo. “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, tutto svanisce. La sentenza di Marx lui l’ha esplorata e vissuta nella complessità spiazzante e nel tormento e ricordarlo come un precursore della “modernità liquida” o di altre baggianate è un sacrilegio. L’eterea leggerezza evocata in quel decisivo passaggio del Manifesto è contrastata dal peso schiacciante delle “macerie” che la modernizzazione si lascia alle spalle nel suo farsi. “Macerie” anche in senso letterale, concretissimo. Molte delle pagine più intense e più riuscite di Marshall Berman parlano di quel Bronx in cui era nato e cresciuto, negli anni quaranta, e che un delirio feroce del Capitale ha trasformato in un mesto teatro di rovine. L’ultimo capitolo dell’Esperienza della modernità ha la forza delle pagine migliori di Don DeLillo (e Underworld o l’Angelo Esmeralda devono molto, credo, al saggio di Berman).
Esploratore urbano ammaliato dai “segni nella strada” – distorte epifanie tra playground abbandonati, palazzi fatiscenti, ischeletriti gasometri, ferrovie – Marshall Berman aveva un’insolita passione per i murales intesi come forma di arte collettiva e coscienza di classe. L’esperienza della modernità si chiude con una fantasia (ribelle), con una “visione”. Riprendendo il lascito espressivo degli earthworks e dei murales di comunità, Berman immagina il “suo” murale del Bronx come un canto d’amore agli umiliati e offesi del quartiere, come un inno ai perdenti, agli sconfitti: “Il Murale del Bronx, così come me lo immagino, dovrebbe essere dipinto sui muri di sostegno che fiancheggiano la Cross-Bronx Expressway di modo che ogni corsa in automobile si trasformerebbe in una corsa a ritroso nei suoi abissi sepolti. Nei punti in cui la strada corre vicino al livello del terreno al di sopra di esso e l’altezza dei muri si riduce, le immagini della vita passata del Bronx si alternerebbero ad ampie panoramiche della sua attuale rovina. Il murale potrebbe riprodurre spaccati di strade, di case, persino di stanze, piene di gente proprio com’erano prima che la superstrada le squarciasse”.

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