Nel mese di febbraio iniziano le occupazioni delle università. Il “Corriere della Sera” lo annuncia immediatamente: a Palermo, a Sassari, a Napoli molte facoltà sono state occupate dagli studenti. La protesta, iniziata in Sicilia a gennaio, è provocata da un provvedimento ministeriale che limita la ripetizione degli esami. A Roma un gruppo di neofascisti entra nella facoltà di Lettere e di Giurisprudenza e ferisce uno studente. Il terrorismo è all’apice. In gennaio Prospero Gallinari, uno dei primi membri delle Brigate Rosse, è evaso dal carcere di Treviso; a Lecco un commando attacca il carcere e libera tre detenuti. Al sud, dove hanno operato i Nap, due membri del gruppo terrorista, Maria Pia Pianale e Franca Salerno, sono evase dal carcere di Pozzuoli. In questo clima alcuni gruppi del movimento si convincono di essere in una fase pre-insurrezionale e scendono in piazza armati. A Roma, nel corteo in solidarietà con lo studente ferito, Bellachioma, vengono colpiti un agente di polizia e due autonomi che hanno sparato: Daddo Fortuna e Paolo Tommasini.

A Roma, alla manifestazione contro la circolare ministeriale, compaiono gli “Indiani metropolitani” travestiti da pellirosse; nel corteo le femministe si separano dai maschi. Il clima generale è di forte tensione, come se stia per accadere qualcosa di rilevante e decisivo. Molti membri del movimento degli studenti, membri delle occupazioni, si sentono spinti a radicalizzare le loro scelte. Al nord si svolgono una serie di scioperi selvaggi dentro le fabbriche: si richiede la riduzione del lavoro. Il sindacato, la CGIL, e il Partito Comunista si trovano spiazzati. Viene convocata una manifestazione della CGIL all’interno dell’università di Roma: parlerà Luciano Lama. Scoppiano incidenti tra il servizio d’ordine del Pci e gli studenti; Lama è costretto a interrompere il comizio. Il movimento proclama: “Lo abbiamo cacciato dall’università”. La situazione politica appare caotica.

 

Giovanni Leone è attaccato dai radicali che ne chiedono le dimissioni per lo scandalo Lockheed, bustarelle date dall’azienda aeronautica americana ai politici italiani. In questa situazione complessa accade l’irreparabile: a Bologna, l’11 marzo, durante una manifestazione di Comunione e Liberazione, alcuni studenti del movimento irrompono nell’edificio e la interrompono. Intervengono i carabinieri; un giovane militare di leva spara e uccide Francesco Lorusso, ex-militante di Lotta continua. Seguono scontri. I manifestanti fanno uso di armi da fuoco. La polizia interviene e chiude Radio Alice con un’irruzione: l’accusa è di aver guidato gli scontri di piazza attraverso i microfoni e la diretta. Il centro della città appare in stato d’assedio. Intanto a Torino un brigadiere della Digos, la squadra politica della Questura, Giuseppe Ciotta, è ucciso da un’altra sigla del terrorismo, le Brigate combattenti. A Bologna la situazione degenera, e il ministro degli Interni, Francesco Cossiga – il cui cognome è scritto sui muri con la “K” – invia militari e mezzi cingolati nel capoluogo emiliano. L’intervento è stato richiesto dal sindaco Renato Zangheri, comunista, preoccupato di ristabilire manu militari l’ordine in città. Gli studenti alzano barricate, gettano bottiglie molotov, assaltando negozi e ristoranti. Il Pci si preoccupa di isolarli attraverso un fitto cordone sanitario. I telegiornali diffondono nel resto del paese le immagini di una città in preda alla violenza. Nel capoluogo emiliano scendono in piazza, mobilitati dalle sezioni comuniste della regione, 150.000 persone.

La Dc partecipa alla manifestazione. La polizia interviene anche a Roma per sgombrare l’università e cacciare gli studenti che si sono mobilitati contro la circolare emanata dal ministro della Pubblica Istruzione, il democristiano Franco Maria Malfatti. Nello scontro è ucciso un agente della polizia, Settimio Passamonti: lo hanno raggiunto due proiettili sparati da una P38. Siamo al 21 aprile. Sette giorni dopo a Torino le Brigate Rosse uccidono il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Fulvio Croce, incaricato di formare il collegio d’ufficio al processo contro i fondatori del movimento terroristico. Nella prima fase del processo molti cittadini, spaventati dalla situazione, hanno declinato l’invito a far parte della giuria popolare. Ne è seguito un dibattito in cui anche il poeta Eugenio Montale ha manifestato la propria perplessità sull’impegno civile: dice di comprendere le ragioni di chi si è sottratto all’incarico. Si accende una rovente polemica. Intervengono in vari. Leonardo Sciascia si mostra perplesso nella difesa di questo stato su cui aleggia la responsabilità, o quanto meno le convivenze, tra apparati di polizia, servizi segreti e le stragi fasciste. Italo Calvino è invece di parere opposto. Nella discussione sui giornali a Sciascia viene attribuita falsamente l’affermazione: “Né con le BR né con lo Stato”. Lo slogan si diffonde nell’ambito dei movimenti e dei partiti dell’estrema sinistra. Autonomia Operaia, il movimento estremista, attivo sul piano politico e culturale nei collettivi studenteschi e di fabbrica, si sposta sempre più verso le posizioni della lotta armata, abbandonando la sua azione politica: sta cercando di contendere alle Brigate Rosse l’egemonia sulle frange estreme entrate in clandestinità, o che stanno per farlo. Durante la festa del primo maggio gli autonomi si scontrano con la polizia e con il servizio d’ordine dei sindacati in numerose città italiane. Il 6 maggio vengono arrestati a Bologna Bruno Giorgini e Diego Benecchi, leader di Autonomia; l’accusa è quella di apologia di reato e istigazione a delinquere.

Cinque giorni prima, con la composizione del collegio dei giudici popolari, a Torino è iniziato, in un clima di forte tensione e di stato d’assedio, il processo alle BR. Il 12 maggio a Roma, durante una manifestazione contro la Legge Reale, che ha aumentato i poteri discrezionali d’indagine e di fermo delle forze dell’ordine, una studentessa, Giorgiana Masi, è uccisa da un colpo di pistola sparatole alla schiena mentre fugge fuori dalla zona degli scontri. L’accusa dei radicali è di aver sparato contro gli studenti, ad altezza d’uomo. Immediate le reazioni del movimento degli studenti. A Milano, durante una manifestazione, il vicebrigadiere della Celere, Antonio Custrà, è ucciso da un colpo di pistola sparatogli in fronte. Vengono scattate dai fotoreporter presenti alcune foto dei partecipanti alla manifestazione: coi volti coperti fuggono o invece si pongono in posizione di tiro armati. Una di queste istantanee, pubblicata sui giornali il giorno successivo, diventa, come commenta in un articolo scritto a caldo Umberto Eco, l’icona di quell’anno e forse anche dello stesso decennio, schiacciando l’intera immagine del movimento degli studenti su quello della lotta armata. A giugno sono di nuovo di scena le BR: colpiscono Indro Montanelli, direttore de “il Giornale”, ferendolo.

Seguono altre uccisioni: Antonio Lo Muscio, capo dei Nap, a Roma in luglio, e lo studente romano Mauro Amati, ucciso per errore in un ristorante romano da terroristi di sinistra che volevano colpire un agente di custodia. In agosto a Montalto di Castro, davanti alla centrale nucleare, si tiene una grande manifestazione che segna l’inizio del movimento antinucleare. Il 23 settembre, si apre a Bologna il Convegno contro la repressione. È stato preceduto da un ampio dibattito e da discussioni sulla stampa italiana e straniera. Gli intellettuali francesi (Sartre, Guattari, Deleuze, i “Nuovi filosofi” ecc.), stimolati da Maria Antonietta Macciocchi, ex comunista, scrittrice e giornalista, sono intervenuti con un manifesto contro la repressione nella città emiliana: in Italia, scrivono, la libertà è in pericolo. L’incontro di Bologna, voluto fortemente anche dagli intellettuali della rivista “Il cerchio di gesso” (Scalia, Stame ecc.), invece di segnare il punto alto del Movimento del ’77, decreta la fine del movimento stesso, che si divide tra chi crede nella soluzione della lotta armata e chi invece sostiene l’irriducibilità del movimento a qualsiasi progetto politico (Bifo, il collettivo di Radio Alice, altri collettivi studenteschi, riviste romane come “Zut”). L’allegria, la festa, la gioia dei cortei bolognesi, che sino all’uccisione di Lo Russo avevano attraversato con colori sgargianti, draghi di cartapesta, mongolfiere, travestimenti, strumenti musicali, suoni e canti, la città emiliana, finisce nel lugubre gesto della mano levata che mima la P38.

Alla manifestazione finale partecipano 75.000 persone, ma l’ala militarista ha preso il sopravvento e la repressione della polizia, fomentata anche dal Partito Comunista, ha spinto nell’angolo il movimento radicale ma pacifico. Le parole d’ordine di Radio Alice e degli Indiani metropolitani sono battute clamorosamente dalla violenza che si è scatenata nel corso dell’anno. La stessa Autonomia Operaia, che di fatto fiancheggia le Brigate Rosse e spinge per la creazione di un proprio braccio armato e terroristico – a Milano nascerà la sigla Prima Linea –, si orienta verso l’uso della violenza che ha già teorizzato e praticato nei cortei e nei luoghi di lavoro nel corso dell’anno trascorso. La polizia dà vita alla sua repressione: interviene contro le sedi e i circoli di Autonomia; a novembre viene chiuso il circolo Cangaçeiros a Torino e la sede del collettivo Via dei Volsci a Roma. Il 16 novembre a Torino è ucciso dalle BR il vice-direttore de “La stampa”, Carlo Casalegno. Questo omicidio provoca un profondo ripensamento tra i militanti di Lotta Continua, movimento a cui appartiene anche il figlio del giornalista torinese, Andrea. Ha inizio un serrato dibattito sul quotidiano omonimo. L’ultimo eclatante episodio di quell’anno delicatissimo è l’imponente manifestazione dei metalmeccanici a Roma, il 2 dicembre: manifestano contro il governo Andreotti. Mancano solo sei mesi al sequestro e alla successiva uccisione del maggior politico italiano, Aldo Moro, tessitore del compromesso storico tra Dc e Pci.

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