Tra il pubblico presente il 14 settembre 1925 alla prima londinese del film di Charlie Chaplin La febbre dell’oro, tenutasi allo storico Tivoli Theatre, da poco restaurato, era presente, ricordano le cronache, l’allora Cancelliere dello Scacchiere, in pratica il Ministro delle Finanze del governo di Sua Maestà, sir Winston Churchill accompagnato dalla moglie Clementine Hozier, entrambi entusiasti ammiratori di Charlot e del suo “vagabondo”. Una simile presenza non passò inosservata, tanto che un paio di giorni più tardi il domenicale britannico The People approfittò del ghiotto ”avvistamento” per punzecchiare il controverso Cancelliere e la sua allora ancor più controversa politica deflazionistica (l’obiettivo che Churchill si era prefisso, era il ritorno alla parità aurea della sterlina ai livelli di ante guerra) suggerendo che se sir Winston avesse potuto trasmettere «un po’ dello spirito e dell’allegria di Charlot nella prossima seduta del Parlamento, farebbe davvero molto per alleggerire la tensione dovuta ai tanti problemi politici».
Passano quattro anni da quella serata e per una fortuita serie di coincidenze tipicamente hollywoodiane, Winston Churchill e Charlie Chaplin si incontrano a Los Angeles nel corso di una serata mondana, sarà una conoscenza che, col tempo, si svilupperà in un rapporto di stima reciproca durato quasi quarant’anni tra questi due giganti del XX secolo pur radicalmente diversi tra loro, vuoi dal punto di vista fisico (l’uno imponente, l’altro mingherlino), sociale (l’uno aristocratico, discendente dai duchi di Marlborough, l’altro nato in una famiglia disagiata, strozzata da ristrettezze economiche), e politico (l’uno profondamente conservatore, l’altro un rivoluzionario anarchicheggiante).

 

Ma andiamo con ordine. A far riaffiorare questa storia poco nota è un romanzo di un autore austriaco Michael Köhlmeier – Due signori in riva al mare, sottotitolo: Lo strano incontro tra Chaplin e Churchill, edizioni Archinto – in cui, anche se all’interno di una cornice narrativa fittizia, in cui realtà e verosimiglianza si accavallano senza soluzione di continuità, viene ricostruita (da un immaginario giornalista che raccoglie la confessione di Chaplin poco prima della morte dell’attore) la storia di questo sodalizio, narrativamente strumentale per raccontare la lotta di ognuno di loro contro quello sfuggente quanto subdolo nemico che, apparentemente, li accomunava: la melanconia, un disturbo della psiche indicato comunemente come depressione, una patologia che il letterato e poeta britannico Samuel Johnson (1709-1784) aveva battezzato il “cane nero”. Una bestia nera dell’anima caratterizzata, si legge sull’Enciclopedia Treccani, da: «una tristezza morbosa e ostinata, un pessimismo invincibile, un senso profondo di sfiducia e di avvilimento, che paralizza l’azione».

 

 

Il Cancelliere a Hollywood

Dunque, effettivamente, nel settembre del 1929, dopo la sconfitta dei conservatori alle elezioni generali, appena un mese prima del disastroso crollo della Borsa di New York e della susseguente devastante crisi finanziaria che sconvolgerà l’economia mondiale, un temporaneamente disoccupato e abbastanza depresso Winston Churchill – da tre mesi in viaggio nel nord America, accompagnato dal figlio Randolph, il fratello Jack e il nipote Johnny – era approdato a Los Angeles dopo aver attraversato il Canada da est a ovest, essere sceso negli Stati Uniti lungo la costa del Pacifico, percorso tutto lo stato di Washington e l’Oregon, per poi sbucare in California.

Per festeggiare l’arrivo dell’importante quartetto, il magnate dell’editoria William Randolph Hearst (colui che sarà impietosamente raccontato nel film Quarto potere di Orson Welles) aveva organizzato un primo ricevimento di benvenuto in un locale di Hollywood alla moda, il Café Montmartre. A fare gli onori di casa sarà Marion Davies, diva del muto, ex ragazza di fila delle Ziegfeld Follies, non straordinariamente bella, ma con una personalità seducente, amante “molto” ufficiale del già cinquantenne, e “molto” sposato (e tale resterà fino alla morte) William Hearst che, persa la testa per lei, l’aveva lanciata e imposta nell’empireo hollywoodiano. A dire il vero senza grande sforzo perché la Davies – il suo vero nome era Douras, come ricorda la lapide all’Hollywood Forever Cemetery – era, già di suo, un’eccellente attrice che attraverserà con successo sia l’epoca del cinema muto ormai in declino, che quella del sonoro, i cosiddetti e allora controversi talkies.

 

Fra gli illustri invitati brillava la presenza di un “imbucato” dell’ultimo momento, l’umorista inglese P.G.Wodehouse che, per pura coincidenza, era arrivato in città contemporaneamente a Churchill e che, grazie alla sua vecchia amicizia con la Davies, aveva ottenuto un gradito posto a tavola. Il suo arrivo in città era dovuto all’offerta della MGM di un lauto contratto di duemila dollari la settimana per la stesura dei dialoghi del film sonoro Quelle tre ragazze francesi. L’incontro tra Churchill e Wodehouse sarà ricordato da quest’ultimo come “deprimente”: «Devo proprio avere una faccia insignificante, di quelle che non suscitano particolare impressione nell’interlocutore. Questa è la settima volta che sono stato presentato a Churchill e ho notato che per lui, ogni volta, è una sorpresa».

Il patto contro il “cane nero”

I veri festeggiamenti per sir Winston, alla presenza di celebrità del mondo politico, cinematografico, finanziario e scientifico, avvennnero, qualche giorno dopo, alla mega villa sulla spiaggia di Marion Davies, «una lussuosa dimora dalle cento stanze», così Köhlmeier descrive la mansion dell’attrice (e così, in effetti, era), con Churchill che, nel romanzo, se ne sta in disparte «sulla terrazza che affacciava sulla spiaggia, accanto a una colonna, il cappotto sulle spalle, come se volesse andarsene da un momento all’altro», mentre Chaplin – che aveva i suoi “giramenti” per le voci su presunte relazioni sessuali con ragazze minorenni – non avendo voglia di sentirsi evitato, «uscì in terrazza prima che qualcuno lo evitasse davvero e si soffermò accanto alla colonna attigua». E da qui in poi il lettore non può far altro che “sospendere l’incredulità” e farsi catturare dal paradosso letterario (fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i romanzi), di questa meta-biografia creata da Köhlmeier.

 

 

Dunque, nel romanzo, i due non sanno chi sono, non si presentano, ma insieme vanno a fare una passeggiata sulla spiaggia: si tolgono le scarpe, si arrotolano i pantaloni e passeggiano sul bagnasciuga, in riva a quel mare citato nel titolo del libro. Entrambi hanno i loro tormenti, Chaplin con la sensibilità di un poeta romantico, scrive Köhlmeier, «usciva da un esaurimento nervoso e trascorreva giorni interi nell’incapacità di articolare una sola parola». Churchill se ne accorge: Lei sta male? Chaplin: Ho l’aspetto di uno che sta male? Che aspetto ho? Churchill: Quello di uno che medita di suicidarsi. Scrive Köhlmeier: «E proprio per evitare che, a un certo punto della loro vita, il suicidio risultasse l’unico, estremo conforto, Churchill e Chaplin decisero di incontrarsi periodicamente: e a turno si sarebbero indotti a desistere».

 

L’inizio di una bella amicizia

La realtà di quella sera, a casa della Davies, fu, però, alquanto diversa. Nella sua biografia Chaplin ricorderà che «una cinquantina di ospiti si aggiravano tra la sala da ballo e il salone dei ricevimenti quando Churchill apparve sulla soglia, accompagnato da William Hearst: stava in piedi come Napoleone, con la mano nel panciotto, a guardare chi ballava. Sembrava perso e fuori posto. Hearst mi ha visto, mi ha fatto cenno di avvicinarmi e siamo stati presentati». Il figlio Randolph ricorderà che i due rimasero seduti a parlare fino alle tre del mattino. Annoterà ancora Chaplin: «Dopo di allora ci siamo incontrati diverse volte alla casa di Marion sulla spiaggia di Santa Monica prima che tornasse in Inghilterra». Dal canto suo Churchill che andrà poi a fargli visita agli studios, accompagnato dall’ambasciatore Alexander Moore, per assistere alle riprese di Luci della città, scriverà alla moglie di aver fatto amicizia con l’attore: «Non potresti fare a meno di piacergli. I ragazzi ne sono rimasti affascinati. È un comico meraviglioso – bolscevico in politica – delizioso nelle conversazioni». Insomma, per dirla con Bogart, quell’incontro sulla spiaggia, fu l’inizio di una bella amicizia.

Rientrato a Londra, nel dicembre di quell’anno, Churchill scrisse per il Daily Mail, alcune riflessioni sul suo viaggio a Hollywood (che chiamava: «il distretto di Peter Pan») e su Chaplin, annotando che, unico tra i produttori, era rimasto fedele al muto: «Afferma che la pantomima è l’anima dell’arte drammatica. Si dichiara inoltre pronto a vendicare il cinema muto con le scintillanti armi dell’umorismo e del pathos. E io condivido appieno la sua opinione».

Nel febbraio del 1931 Chaplin era a Londra per presentare Luci della città e Churchill lo invitò a Chartwell House, la sua residenza di campagna, in una delle zone più incantevoli del Kent. Quella sera sir Winston non era nello spirito d’animo migliore. Lo storico e biografo William Manchester ricorderà che voleva discutere di parità aurea e visto che l’argomento non entusiasmava l’ospite, si chiuse in uno dei suoi noti e imbarazzanti silenzi. Al che Chaplin, senza perdersi d’animo, si armò di forchette, infilzò un paio di panini e si mise a rifare la celebre “danza dei panini” di La corsa all’oro. Immediatamente l’atmosfera cambiò. E, come ebbe a ricordare il segretario privato di Churchill, Bob Boothby, presente all’incontro, la serata si concluse alla grande, con Churchill e Chaplin al top della loro forma. Le biografie ufficiali dei due ricordano che, dopo di allora, tra di loro ci saranno altri incontri e grandi scambi di affettuose e calorose gentilezze. Chaplin, intervistato dalla radio svizzera, dirà di aver incontrato nella vita solo tre geni: la pianista Clara Haskil, Albert Einstein e Winston Churchill. Quest’ultimo, al ricevimeno la sera della prima londinese di Luci della città, propose un brindisi a Chaplin: «un ragazzo che non aveva niente, che è diventato un uomo che ha saputo conquistarsi l’attenzione del mondo intero». E in un lungo articolo dell’ottobre del 1935, dal titolo Everybody’s Language, scriverà: «Il vero Chaplin è un uomo di carattere e cultura. E come ha detto suo figlio Sidney, intervistato alla tenera età di cinque anni: “Le persone hanno un’idea sbagliata di papà. Non è buona abitudine tirare torte, ma lui lo fa solo nei film. A casa non tira mai torte”».

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