L’educazione libertaria è realmente possibile all’interno di una società neoliberista? Perché le esperienze di educazione libertaria sono sempre rimaste marginali nella storia? Che ruolo può avere nel superamento dello stato di cose attuale? Per provare a rispondere a queste domande martedì 19 aprile 2016 si è tenuto a Londra il quarto appuntamento organizzato dall’Applied History Network (AHN, appliedhistorynetwork.wordpress.com). AHN è un gruppo costituito da ricercatori, dottorandi e archivisti dedicati allo studio e alla diffusione della storia radicale e antagonista. L’obiettivo di Applied History è quello di organizzare incontri gratuiti per affrontare, da un punto di vista storico-politico, dibattiti legati ad avvenimenti contemporanei.

Il titolo scelto per quest’ultimo incontro è stato “Educazione libertaria: esperimento marginale o strumento di cambiamento sociale?”. In precedenza, ad ottobre 2015, avevamo illustrato come la distorta rappresentazione e negazione del passato coloniale e imperialista britannico influenzi la società inglese; a dicembre 2015 avevamo dibattuto dell’importanza dello studio della storia della classe operaia per riportare l’antagonismo e la coscienza di classe tra i lavoratori; e infine – a febbraio 2016 – avevamo esplorato la possibile evoluzione del ruolo delle librerie radicali che da luoghi di resistenza sono sempre più vittime della gentrificazione e della competizione di grandi venditori online.
L’idea di organizzare un incontro sull’educazione libertaria è partita da un interesse personale sull’argomento in quanto ex-insegnante di scuola pubblica, e ha preso forma dopo aver osservato la grande partecipazione ai dibattiti su questo tema durante la scorsa Anarchist Bookfair di Londra (”A” 404, febbraio 2016). Infatti sempre più studenti, genitori ed insegnanti stanno valutando alternative alle scuole e università tradizionali che in Gran Bretagna – forse più che in Italia, e sicuramente da più tempo – subiscono un forte attacco liberista. Dall’innalzamento del tetto delle tasse universitarie a 9.000 sterline annue (circa 12.000 euro) all’introduzione bipartisan delle academy, che sono scuole finanziate dallo stato ma con larghissime autonomie sia al programma di studi che alle condizioni contrattuali dei lavoratori, e spesso sponsorizzate da trust privati.
Che ci sia interesse su questi temi è stato confermato dall’immediata popolarità del nostro ultimo dibattito: in pochissimi giorni abbiamo ricevuto oltre cento prenotazioni, e siamo stati costretti a chiudere la registrazione con largo anticipo. Tuttavia il nostro incontro non era un semplice seminario storico-divulgativo sull’educazione libertaria né un corso d’aggiornamento per soli addetti ai lavori. Il nostro fine era riflettere sul ruolo politico dell’educazione libertaria. Quindi, per affrontare l’argomento da diverse angolazioni, abbiamo invitato Judith Suissa: docente universitaria in filosofia dell’educazione presso l’Institute of Education – UCL, Ian Cunningham: co-fondatore del Self Managed Learning College di Brighton, Jenny Aster: ex alunna presso la White Lion Street Free School, e Alex Brown: co-organizzatore di Antiuniversity Now.

Risultati migliori o più solidarietà?

Judith ha aperto con una breve storia dell’educazione libertaria che si collega inevitablimente agli sviluppi dell’anarchismo ottocentesco, da cui prende elementi chiave come l’avversione alle gerarchie. Altri principi fondamentali che la caratterizzano sono l’assenza della frequenza obbligatoria e di un sistema di premi e punizioni, così come di voti. Successivamente Judith si è soffermata sulla differenza tra scuole libertarie passate e contemporanee. Mentre la pedagogia delle prime scuole anarchiche era parte integrante di un progetto politico prefigurativo per la costruzione di nuove relazioni sociali, l’attenzione si è poi spostata su aspetti importanti ma meno minacciosi. Aspetti che, dall’ondata libertaria degli anni Sessanta, sono stati adottati anche nelle scuole pubbliche britanniche. Esempio ne è l’abbandono delle punizioni corporali e il coinvolgimento del discente nel processo educativo. Se è indubbiamente vero che le scuole di oggi sono meno autoritarie di quelle ottocentesche, c’è tuttora – secondo Judith – il bisogno di sfidare il discorso dominante sulla “efficacia” della scuola: piuttosto che preoccuparci dei voti degli alunni dovremmo recuperare l’idea di stabilire nuovi valori sociali.
Il secondo relatore, Ian, ha invece cominciato parlando delle sue esperienze nel mondo dell’educazione: dai tempi in cui, negli anni Sessanta, era attivo nel sindacato studentesco. Il suo interesse per i diritti degli studenti l’ha poi portato a creare una scuola che rispecchiasse tali concetti nella pratica quotidiana. In aggiunta ha inglobato elementi importanti della tradizione anarchica come il mutuo appoggio. Ed Ian è orgoglioso di raccontare ai suoi ragazzi che proprio una visita all’acquario di Brighton diede a Kropotkin una forte spinta verso l’elaborazione della sua teoria del mutuo appoggio. Lì l’anarchico russo osservò un gruppo di granchi industriarsi per aiutare un loro simile capovolto e bloccato da una barra di ferro. Così, partendo da questo esempio, il college di Ian adotta pratiche come il tutoraggio autogestito tra studenti affinché gli alunni imparino a preferire la cooperazione alla competitività. Perché, sostiene Ian, l’educazione non deve puntare a “risultati migliori” ma alla felicità e ad un’alternativa alla competitività neoliberista.
Jenny ha focalizzato il suo intervento sulla scuola da lei frequentata negli anni Settanta ad Islington, un quartiere di Londra adesso ricco di ristorantini e boutique ma all’epoca decisamente proletario. Lì – come oggi a Brighton – erano gli alunni a decidere se e cosa studiare, e non c’erano distinzioni di genere o di ruolo, ma una grande attenzione alla cooperazione e alla realizzazione delle proprie abilità. Infatti Jenny, attualmente coordinatrice del servizio di consulenza presso la City University di Londra, ha affermato che è solo grazie alla White Lion se lei è diventata una persona sicura e preparata emotivamente ad affrontare le sfide della vita.
Infine Alex ha parlato di come Antiuniversity Now stia puntando a recuperare l’eredità dell’Anti-university che nel 1968 sperimentò forme alternative di educazione post-scolastica. Uno stabile fatiscente in cui, per nove mesi, si tennero corsi a pagamento sulle tematiche più diverse: dalla musica sperimentale alla sociologia della rivoluzione mondiale, dall’antipsichiatria a draghi e UFO. Anche se per un breve periodo, l’antiuniversità diede vita ad una comune di studenti e docenti in cui i ruoli erano fluidi e il confine tra lezioni e feste a base di allucinogeni molto labile. Secondo Alex, oggi come ieri c’è un grande bisogno di una antiuniversità per opporsi al debito degli studenti, alla mercificazione dell’educazione superiore, e alla conseguente importanza data alle qualifiche professionali. Così, l’anno scorso, gli organizzatori dell’Hackney Museum e della Open School East (attiva a Londra est nella formazione di giovani artisti e nel favorire uno scambio culturale all’interno della comunità locale) hanno deciso di rilanciare l’esperienza dell’antiuniversità con la creazione di Antiuniversity Now. Così, come quasi 50 anni fa, l’idea è quella di essere una piattaforma per idee che non trovano posto nel formalismo del sistema universitario tradizionale. Ma, a differenza dell’antiuniversità del 1968, tutti gli incontri sono gratuiti (e meno “stupefacenti”). A novembre 2015 il loro primo festival ha raccolto più di 60 eventi in tutta la Gran Bretagna con oltre 1100 persone, e l’ultimo è stato organizzato il 9-12 giugno 2016.

Londra (Gran Bretagna), 19 aprile 2016 –
Da sinistra a destra, i relatori: Alex Brown, Jenny Aster, Judith Suissa, Ian Cunningham

 

Esperimenti isolati o rete diffusa?

Per concludere, il pubblico ha contribuito ad avviare un vivace dibattito con numerosi commenti e domande per i quattro relatori. Ad esempio, alla domanda se individualismo e collettivismo fossero in un rapporto di tensione all’interno dell’educazione libertaria, Judith ha risposto che è così solo se si pensa che l’individuo possa esistere al di fuori del sociale. Un’altra domanda ha sollevato la questione della reale sfida posta da tali esperienze allo status quo visto che lo stato le tollera, ma Ian crede che tali esperienze svolgano il ruolo fondamentale di incarnare l’alternativa per “preparare” le persone al cambiamento. Alla fine le ultime riflessioni hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di estendere l’educazione libertaria oltre le scuole (magari seguendo e migliorando il modello di Occupy) e agli adulti.
Ma allora, per tornare al titolo di questo incontro, chiedo a voi lettrici e lettori di “A” Rivista: dobbiamo rassegnarci ad un’educazione libertaria intesa come insieme di esperimenti isolati e per pochi o possiamo provare a creare una rete diffusa di (anti)scuole e (anti)università accessibili a tutti? Un’educazione libertaria che contribuisca al raggiungimento (e mantenimento!) di una società anarchica agendo su un piano culturale di concerto col tradizionale impegno anarchico nel mondo del lavoro e del sociale. In caso contrario, quando il sistema neoliberista finalmente crollerà – tra uno o cento anni, per spinte endogene o esogene – l’umanità riprodurrà l’unico sistema che conosce: quello attuale.

 

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